Vent’anni di Raspberry Pi: la storia del Single-Board Computer che ha rivoluzionato il retrogaming e il DIY

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Dalle prime riunioni alla Cambridge University nei primi anni 2000 al debutto del 2012 e oltre: come una schedina da 35 dollari è diventata il cuore pulsante dell’emulazione globale

Nel panorama della cultura informatica e del retrogaming esiste un spartiacque nettissimo. C’è un “prima” e un “dopo” l’arrivo sul mercato del primo Raspberry Pi. Se oggi chiunque può trasformare un vecchio mobiletto arcade in un barcade domestico, configurare una console portatile fai-da-te o emulare decine di sistemi d’epoca su un TV 4K spendendo poche decine di euro, il merito è di un’intuizione nata nei laboratori dell’Università di Cambridge oltre vent’anni fa.

Tracciamo la cronistoria e l’impatto di un progetto nato per insegnare l’informatica ai giovani e diventato un fenomeno di costume globale.

Cronologia essenziale: dalle origini all’impero del Single-Board

Il primo prototipo su scheda perforata – 2006

Eben Upton e i suoi colleghi dell’Università di Cambridge (tra cui Pete Lomas e Alan Mycroft) constatano un calo drammatico delle competenze informatiche pratiche negli studenti immatricolati. Per risolvere il problema, sviluppano un primo prototipo grezzo basato su microcontrollore Atmel ATmega644, saldato a mano su una scheda di sviluppo.

Nasce la Raspberry Pi Foundation – 2009

Viene fondata la Raspberry Pi Foundation, un’organizzazione benefica con l’obiettivo di promuovere lo studio dell’informatica nelle scuole attraverso un computer economico e indistruttibile.

Il prototipo ‘Alpha’ in dimensione chiavetta USB  – 2011

Il design si evolve verso l’architettura ARM. Viene mostrato un prototipo funzionante grande quanto una chiavetta USB con chip Broadcom BCM2835, capace di far girare una distribuzione Linux leggera e riprodurre video in 1080p.

Il lancio del Model B e l’esplosione delle vendite  – 2012

Il 29 febbraio 2012 si apre la vendita del Raspberry Pi Model B (256 MB di RAM, chip ARM11 a 700 MHz) al prezzo simbolico di 35 dollari. I server dei distributori ufficiali (Farnell e RS Components) crollano in poche ore a causa di centinaia di migliaia di ordini simultanei.

L’era d’oro dell’emulazione (Pi 2, Pi 3 e Zero) – 2015 – 2018

Con il lancio del Raspberry Pi 2 e del Pi 3 B+, le prestazioni della scheda crescono a dismisura. La contestuale nascita di sistemi operativi dedicati al retrogaming come RetroPie, Recalbox e Lakka consacra la scheda come lo standard de facto per la costruzione di console emulation dedicate. Nasce anche il minuscolo Raspberry Pi Zero da 5 dollari.

Dalla nicchia maker alla quotazione in Borsa – 2019 – Presente

Con le generazioni Raspberry Pi 4 e Raspberry Pi 5, la board raggiunge prestazioni da desktop vero e proprio (supporto fino ad PS2 e GameCube nell’emulazione) e interfaccia PCIe. Nel 2024 la Raspberry Pi Ltd si quota ufficialmente alla Borsa di Londra con una valutazione miliardaria.

L’impatto indelebile sulla community Retrogaming

Sebbene il piano originale di Eben Upton fosse mirato esclusivamente al mondo didattico, la community dei “maker” e degli appassionati di retrogaming ha rapidamente dirottato l’uso della scheda.

I motivi del successo nel nostro settore sono stati molteplici:

  • La presenza dei pin GPIO: La porta a 40 pin ha permesso ai modder di collegare direttamente pulsanti arcade, joystick e schermi CRT/LCD senza la necessità di schede di codifica USB complesse.

  • L’ecosistema RetroPie e Libretro: Il supporto software comunitario ha creato distribuzioni “plug-and-play” basate su EmulationStation e RetroArch, rendendo l’esperienza utente identica a quella di una console casalinga.

  • Versatilità di form factor: Dalle dimensioni credit-card dei modelli B fino alla serie Compute Module (usata per creare console portatili come quelle di Anbernic o kit di conversione per Game Boy), la scheda ha alimentato un mercato hardware parallelo immenso.

Curiosità e retroscena storici

Perché si chiama “Raspberry Pi”?

Il nome segue la tradizione delle aziende informatiche degli anni ’70 e ’80 intitolate alla frutta (Apple, Acorn, Tangerine). “Raspberry” (lampone) fu scelto per goliardia, mentre “Pi” sta per Python, che nelle intenzioni iniziali doveva essere l’unico linguaggio di programmazione preinstallato per gli studenti.

Una stima di vendita completamente “sbagliata”

Quando la Foundation avviò la prima catena di montaggio nel 2011, Eben Upton stimò una produzione totale per l’intera vita del progetto di circa 10.000 unità. Oggi, la famiglia Raspberry Pi ha superato abbondantemente la quota di 60 milioni di unità vendute in tutto il mondo, diventando il terzo computer della storia per numero di vendite dopo il PC IBM e il Commodore 64.

Il Raspberry Pi non è stato soltanto un trionfo di ingegneria britannica ed economia di scala: è stato il più grande catalizzatore per la democratizzazione della preservazione videoludica. Senza questa piccola scheda verde da 35 dollari, il movimento moderno del retrogaming e del modding arcade non sarebbe quello che conosciamo e amiamo oggi.

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Redazione Retroacademy

Retroacademy nasce dall’amore incondizionato per il retrogaming, i computer vintage e tutto ciò che ha fatto la storia dell’informatica e del videogioco.

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